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Noa, the simetry of soul. Italian interview about Peace and Music. Nov 

IL MEDIO ORIENTE VISTA DA UN'ARTISTA ISRAELIANA.
http://www.narcomafie.it (by Lucia Vastano)
NOA - LA PACE? È SIMMETRIA DELL'ANIMA.
Ha cantato per il Papa, per Bill Clinton e per Yitzhak Rabin. Ha cantato con artisti di tutte le religioni. Perché Noa, israeliana, con radici familiari che affondano nell’antica comunità ebraica dello Yemen, è convinta che si possa e si debba aprire un dialogo con tutti, anche con chi non la pensa come noi.

«Nella natura ci sono falchi e colombe, bianco e nero. Ma nella realtà noi abbiamo sempre a disposizione delle alternative, ci sono le tonalità del grigio e tutti gli altri colori dell’arcobaleno. Possiamo sempre scegliere la strada più vicina al nostro sentire, non dobbiamo lasciarci convincere che la soluzione sia soltanto nel fare la guerra o nel non fare niente. La diplomazia è in genere l’ultima a mettersi in movimento, quando oramai hanno già parlato le armi. Troppo tardi. Ma le tensioni tra i popoli nascono spesso da questioni come la proprietà di un pozzo per l’acqua, il tracciato di una strada, mai risolte “con giustizia”. Le diplomazie internazionali dovrebbero intervenire sul nascere per risolvere i conflitti potenziali. Vi è indubbiamente anche una grave responsabilità della stampa, che si occupa soltanto di certe tensioni e volutamente ne ignora altre. Penso alle decine
e decine di guerre dimenticate in tutto il mondo, ma anche agli urli di dolore dei giovani disperati o troppo viziati, americani o europei, che si drogano, si uccidono e che se trovano un’arma a portata di mano sono capaci di fare stragi tra i loro coetanei. Sembra che gli unici attenti ai disagi dell’umanità siano i trafficanti di armi. Nel mondo si vendono troppe armi. I governi spendono troppi soldi negli armamenti. Le guerre sono un business, non dimentichiamolo mai. Con i giudizi e i pregiudizi si affossano le discussioni. Vanno sempre considerate le ragioni degli altri se si vuole capire e quindi difendersi nel modo più efficace dalla violenza, individuale o collettiva che sia».

Non è un po’ utopico pensare a un mondo senza conflitti e senza violenza?

Forse. Ma non è vergognoso vivere in un mondo in cui sia normale che la gente si ammazzi per il petrolio o per un oleodotto? Nel mio percorso, come artista, come madre, come cittadina, non cerco risposte che vadano bene a tutti. Seguo una mia crescita personale. Cerco una “simmetria dell’anima” io ho questo di buono e tu quest’altro, la mia sofferenza è questa, la tua
quest’altra. Questa simmetria non è nemmeno una questione di quantità: io ho perso tre parenti, tu altrettanti, e allora siamo pari. È sapersi riconoscere nel dolore degli altri, è solidarietà e compassione. È atroce che una donna muoia di parto perché i militari israeliani non le permettono di raggiungere l’ospedale. È atroce che una ragazza palestinese si faccia saltare in aria in mezzo ad una piazza frequentata da donne e bambini israeliani. Se ragioniamo così, ognuno contando i suoi morti, non si finisce più, il cerchio d’odio si allarga all’infinito. Non sono pacifista. Se qualcuno minaccia mio figlio o la mia casa, io sono pronta a difenderli con i denti. Ma credo vi sia sempre un’alternativa. Nessuno vuole la guerra se può scegliere. La gente vuole soltanto poter uscire per strada e passeggiare, andare a fare la spesa. I bambini sognano soltanto un campo di gioco, dove tirare calci ad un pallone. Ed ecco che così si scopre la simmetria: tutti i bambini del mondo sognano la stessa cosa, poter giocare, divertirsi, poter addormentarsi tra le braccia dei loro genitori quando sono stanchi. I genitori sognano di vederli crescere sereni e felici.

Il 21 marzo 2001, circa sei mesi prima degli attentati terroristici negli Stati Uniti, lei ha avuto un bimbo. Ha avuto paura per il futuro di suo figlio?

Per noi in Israele con l’11 settembre non è cambiato nulla. Siamo abituati a convivere con le bombe dei kamikaze. Quando la gente in Occidente si è accorta del pericolo del terrorismo, noi abbiamo pensato: «buon giorno, vi siete svegliati?». Forse l’unica differenza è che gli Stati Uniti erano il simbolo della stabilità, della sicurezza. Ora sappiamo che non vi sono certezze, non vi sono isole felici. Siamo tutti potenziali vittime di potenziali terroristi. Per un numero sempre maggiore di persone il terrorismo è una realtà quotidiana, una minaccia con la quale si deve fare conto ogni volta che la mattina si salutano i propri cari. Chissà se la mamma che sale su un autobus rivedrà i suoi cari e se il ragazzino con lo zaino sulle spalle riuscirà a finire la pizza con la sua fidanzata o se invece salteranno tutti per aria? Viviamo in un’era di benessere in cui si può sperare di vivere fino a novant’anni. Ma ogni volta che si esce di casa, a Tel Aviv come a Kabul, bisogna mettere in conto la possibilità di non
rivedersi più. Il mio ultimo album, “Now”, è stato scritto sotto gli “effetti” della mia gravidanza, del parto e del primo anno di vita di Ayehli. È stato un viaggio che mi ha portato lontano, in un mondo completamente diverso, in una piccola isola di speranza in un vasto mare d’ incertezza. È stato importante per me che quell’11 settembre ci fosse già lui. Un bimbo ti aiuta a non perdere fiducia nel futuro anche nei momenti più neri.

Come si vive sotto la minaccia del terrorismo?

Si conduce una vita normale, si va al supermercato, si portano i bimbi a scuola, si vedono gli amici. Uscendo di casa non si pensa di andare in trincea. Ma il terrorismo è un pensiero presente sotto forma di una paura latente, che non ci abbandona mai. Dipende poi da come si intende vivere la propria vita, se rintanati in casa o in modo attivo, cercando di vincere la paura. La mia vita è come quella di una qualsiasi mamma, stravolta da ritmi imposti dal mio bambino. Ma non leggo mai certi giornali, non guardo certa televisione. In Israele ci sono notiziari ogni mezz’ora che non fanno che accrescere rabbia e disperazione. Dalla parte dei palestinesi è lo stesso. Ho scelto di ignorare i media che si cibano soltanto di brutte notizie offerte con enfasi per alimentare odio. Mio figlio mi ha fatto un dono, la speranza, che ora cerco di coltivare. Mi chiedo però perché sui giornali e
nei notiziari non venga mai dato spazio alle manifestazioni pacifiste che si svolgono in Israele. Sembra sempre che solo quattro gatti scendano in piazza per invitare il governo a trovare un’altra via ai carri armati da mandare nei territori dell’autonomia palestinese. Molti di noi, io compresa, credono che gli insediamenti dei coloni israeliani vadano smantellati. Ma oramai in
tutto il mondo l’immagine di noi israeliani è quella dei guerrafondai che cercano solo il sangue dei palestinesi. Non è così. Io ho un amico che ha aperto proprio per questo motivo un nuovo canale televisivo, “Vote”, in cui vengono date notizie positive, della collaborazione e del dialogo aperti da entrambi i lati. I terroristi non spaventano soltanto le loro potenziali vittime, ma terrorizzano anche la loro gente. È inevitabile che un attentato, soprattutto in questo clima, provochi una ritorsione. Un morto
chiama un altro morto in un gioco di sangue senza fine. Ma la guerra non è una gara. Non si tratta di stabilire chi è il migliore atleta. Nessuno vince. In guerra ci sono solo persone che muoiono e altre che li piangono. I morti non hanno più patria e bandiere. Sono solo vittime che appartengono a tutta l’umanità.

Nel suo ultimo album lei interpreta, con la cantante palestinese Mira Awad, We can work it out, “possiamo farcela”, una canzone dei Beatles. Quale pensa possa essere il suo contributo per la pace?

Non credo nelle grandi proposte. Io agisco nel mio microcosmo: insegno a mio figlio l’amore, il rispetto per gli altri, l’autostima, cerco di avere buoni rapporti con i miei vicini, di lanciare con la mia musica messaggi positivi. La pace è come i cerchi che si formano nell’acqua quando si lancia un sassolino. Prima sono piccoli, ma poi si espandono. Ognuno dovrebbe cominciare con un piccolo cerchio di pace attorno a sé. Tutte le persone che soffrono per la guerra hanno diritto alla compassione di tutta l’umanità. Se devo essere sincera ho molta diffidenza verso chi fa sterili discorsi pacifisti: «vogliamoci tutti bene, deponiamo le armi, mettiamo dei fiori nei nostri cannoni». Sono tutti slogan, anche se suggestivi. Ma se non si prepara un buon terreno alla pace, ogni sforzo sarà vano. Quello che si costruisce in anni di tolleranza può essere cancellato in un attimo dall’ azione di un terrorista. E allora si deve ricominciare da capo. Ci vuole un cambiamento più radicale che non lasci spazio a chi voglia bruciare in un attimo le nostre speranze.

Gandhi diceva che la tolleranza è pericolosa perché due vicini di casa a furia di tollerarsi finiscono per odiarsi. Bisogna, diceva, sostituire la tolleranza con la compassione. È questo che lei intende?

Assolutamente sì. La tolleranza crea spesso dei muri tra le persone che con il passare del tempo diventano invalicabili. Tollerare vuol dire reprimere la rabbia, soffocarla al proprio interno. La rabbia, l’odio devono invece trovare canali di espressione differenti dalla violenza. Non credo che il pacifismo possa essere ridotto a una formula magica che dal nulla crea
amore. La costruzione della pace è un lavoro che richiede anni, sacrifici e fatica, impegna tutti noi adulti nell’educazione dei nostri ragazzi. Come può un bambino che si alimenta quotidianamente di immagini in televisione che mostrano stragi nei mercati, nelle discoteche, nelle scuole, crescere senza pensare che la soluzione di ogni problema sia nell’uso della forza?
Bisogna educare alla pace. Bisogna imparare a parlare questa nuova lingua, purtroppo ancora sconosciuta. Non è un lavoro facile. I palestinesi hanno certamente diritto ad un loro Stato sovrano ed indipendente, ma né noi né loro siamo ancora pronti perché questo succeda senza separare nettamente i due popoli, creando confini protetti anche militarmente. Per i confini
aperti ci vorrà ancora del tempo. Bisogna che i due popoli si buttino alle spalle la paura, la diffidenza e l’odio. La storia ci insegna che nulla è impossibile. Basta guardare com’era l’Europa nei primi cinquant’anni del secolo scorso, sconvolta da due devastanti guerre mondiali. È possibile che i nemici di un tempo diventino gli amici di oggi. Israeliani e tedeschi ora
possono darsi la mano. In uno studente di Monaco o in un imprenditore di Francoforte noi ebrei non vediamo più il nostro aguzzino. Prima della nuova intifada che ha spaventato i turisti, molti tedeschi visitavano Tel Aviv, Betlemme e a Gerusalemme andavano a rendere omaggio ai nostri morti nel museo dell’Olocausto. Qui in Israele li abbiamo accolti senza rancore, come
amici. Questo dimostra che anche gli odi più forti si possono superare e che l’umanità può progredire.

Che ruolo pensa che possa avere la sua musica all’interno del dialogo tra israeliani e palestinesi?

Ognuno ha il suo ruolo nella costruzione della pace. In questo momento della mia vita il mio ruolo è soprattutto quello di una madre che deve educare il proprio bambino. Mio figlio Ayehli comincia a confrontarsi con il mondo. Per ora il suo universo è limitato alla sua casa, ai volti dei suoi familiari, al calore dei rapporti con le persone che gli vogliono bene. Reputo mio dovere far crescere mio figlio in modo che possa sempre guardare con speranza al futuro, in modo che non si senta mai così solo e disperato da farsi saltare per aria per manifestare al mondo il suo dolore. Non vi siete mai chiesti perché sempre più spesso i giovani usino la violenza per manifestare il proprio disagio? C’è troppo odio anche nel piccolo mondo di un bimbo di pochi anni. Se un bambino fin da piccolo è circondato dall’amore dei genitori, vive in un habitat sociale sereno, difficilmente si voterà all
’odio. Non si sceglie la morte se si può scegliere la vita. Il fanatismo fa presa soltanto sui disperati. La mia musica può essere una piccola goccia di amore e di speranza. Come ho detto la pace è come un sassolino gettato nell’ acqua che genera cerchi sempre più grandi. 

Suo figlio si chiama Ayehli, che in lingua cherokee vuol dire “la mia altra ala”. Perché ha voluto un nome così originale per il suo bambino? 

Perché è proprio quello che il mio piccolo ha rappresentato per me: un’ala senza la quale non potevo volare. Una madre porta in grembo suo figlio per nove mesi. In questo tempo si rende conto, man mano che la pancia cresce, che la sua vita sta per cambiare per sempre. A volte nella vita si cerca di cambiare, ma spesso si finisce per credere che sia impossibile. Un bambino
ci dimostra che a volte cambiare non è solo possibile, ma inevitabile. Ora senza il mio bimbo io non riuscirei a volare.

Lei ha amici palestinesi?

Ne ho molti. Alcuni artisti che fanno il mio lavoro, ma anche gente comune. Non è sempre facile. A volte mi devo sforzare per non tagliare i ponti con quelli più radicali che sentono solo le ragioni del loro popolo che soffre, ma che non hanno orecchie per le sofferenze del mio. È probabile che in certi casi io faccia lo stesso. Capita che per certi periodi ci si perda di vista. Ma poi ci si recupera. Non è facile. Ma la mia famiglia, i miei amici sono il mio mondo, il microcosmo all’interno del quale io posso fare
qualcosa. Nel mio piccolo universo, la pace dipende da me. Apprezzo molto quando, dopo una discussione politica anche violenta, un amico palestinese trova la forza di telefonarmi. E sono felice quando sono io a farlo per prima. Di una cosa sono certa: la mia casa sarà sempre aperta a tutti loro, anche agli amici più scomodi.

 

 

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